Continiamo ad occuparci della previdenza complementare, dopo aver scritto diversi articoli, tra cui l’adesione alla previdenza complementare, per spiegare questo argomento e brevemente capirne tutte le regole.

Dopo aver spiegato la prima fase (l’adesione) nel precedente articolo passiamo alla seconda fase.

La seconda fase è la Contribuzione, pensiamo ad un salvadanaio (molto grande) in cui andiamo versando i nostri soldi per accumulare un capitale e che apriremo il giorno che andremo in pensione.

I contributi che vengono erogati nel fondo (il nostro salvadanaio) variano secondo il soggetto che partecipa alla previdenza complementare.

Le due macro-categorie sono:

Il lavoratore dipendente che può contribuire in tre modi differenti

  • Contributo del datore di lavoro (in % del reddito complessivo annuo o in cifra fissa), questo chiamato “contributo datoriale” è previsto in alcune aziende secondo gli accordi dell’azienda con i lavoratori, in genere è una forma di benefit;
  • Contributo volontario del lavoratore dipendente (in % del reddito complessivo annuo o in cifra fissa) cioè il lavoratore può decidere di destinare una parte del reddito annuo alla previdenza complementare;
  • Contributo da TFR (6,9 % del reddito complessivo annuo).

Il lavoratore autonomo e libero professionista, i soci lavoratori di cooperative, o gli iscritti alla gestione separata

  • Contributo volontario del lavoratore (in % del reddito complessivo annuo dichiarato o in cifra fissa)

“Per reddito complessivo si intende la somma di tutti i redditi dominicali, agrari, fabbricati, lavoro dipendente, lavoro autonomo, impresa, partecipazione, capitale, diversi e allevamento”.

Ogni anno quindi nel “salvadanaio” inseriamo una percentuale del reddito annuo, denaro non percepito nel caso dei dipendenti (come se fosse uno stipendio non distribuito dall’azienda) o denaro non utilizzabile nel caso delle altre categorie su menzionate.

Una singolarità della normativa italiana è che probabilmente rappresenta un freno ad alcune forme di previdenza complementare come i PIP, sta nel fatto che il contributo datoriale viene erogato dall’azienda soltanto se si aderisce al fondo pensione chiuso di categoria.

Ciò ovviamente influisce nella scelta tra aderire al fondo di categoria (in cui oltre il Tfr ed il contributo volontario versiamo nel “salvadanaio” anche quello dell’azienda) o scegliere un fondo diverso perdendo il contributo datoriale.

L’analisi da effettuare allora è la seguente, dobbiamo sommare in % tutte le contribuzioni, addizionare il rendimento annuo del fondo e sottrarre i costi di gestione.

Il vantaggio del fondo di categoria è sicuramente il contributo datoriale, ma a volte questo fondo prevede solo una o poche linee di investimento e quindi potrebbe ottenere dei rendimenti non in linea con la propria propensione al rischio; invece il vantaggio di una forma alternativa come un PIP è quella di scegliere tra più linee di investimento quindi ottenere appunto dei rendimenti congrui al proprio profilo di rischio, ma con lo svantaggio di non avere il contributo datoriale.

Approfondiremo il tema del rendimento dei fondi di previdenza complementare nel prossimo articolo.

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