Compliance, un nuovo ruolo indispensabile per l’azienda

Da circa un biennio, per le imprese del settore bancario ed assicurativo e, più in generale, per gli intermediari finanziari è prevista come obbligatoria in azienda la funzione di Compliance, deputata – come si può facilmente arguire dalla sua evocativa denominazione (che in lingua anglosassone significa appunto “conformità, aderenza”) – a controllare la correttezza organizzativa ed operativa dell’impresa, di cui è tenuta a valutare la conformità alle previsioni normative regolanti il settore economico di riferimento.

Un analogo obbligo di implementare tale presidio non sussiste, attualmente, a carico delle imprese del mondo industriale, anche se molte di queste, specialmente se attive nel business farmaceutico ed alimentare, hanno ritenuto opportuno introdurre spontaneamente tale funzione, stante la mole e la complessità delle norme a cui esse debbono risultare compliant.

Le ragioni di un siffatto obbligo circoscritto agli intermediari finanziari sono da ascriversi alla considerazione che l’educazione finanziaria del consumatore medio è solitamente scarsa e, di contro, il contenuto dei prodotti e servizi offerti presenta un’elevata complessità, cui si associa inoltre un alto profilo di incertezza delle prestazioni. A questi fattori si somma la consapevolezza che i beni trattati in tale contesto sono di vitale importanza, basti pensare ai risparmi di una vita, all’integrazione pensionistica o al risarcimento di un sinistro.

In tali valutazioni si può rinvenire la ratio sottesa all’espresso richiamo che sia ISVAP sia Banca d’Italia effettuano in relazione alla normativa posta a tutela del consumatore, chiedendo alla funzione di Compliance di prestare una speciale attenzione nel controllare che l’impresa agisca nel pieno rispetto di tali norme, con particolare riguardo alle disposizioni volte a garantire la trasparenza dell’informativa precontrattuale e contrattuale nonché la corretta esecuzione del contratto. Appare chiaro come, mediante tale esplicita previsione, i Regolatori abbiano inteso fare della Compliance una sorta di “Garante intramoenia” dei consumatori, la cui esistenza in azienda dovrebbe almeno in parte supplire all’asimmetria informativa del consumatore medio, rendendone maggiormente equo ed equilibrato il rapporto con l’operatore specializzato.

Naturalmente, come per ogni struttura e funzione esistente all’interno dell’azienda, anche per quanto concerne la Compliance sono le concrete modalità operative in cui si traduce la sua nobile mission e, quindi in ultima analisi,  la reale efficienza ed efficacia della sua azione, a far sì che la correttezza e il rispetto della normativa nella gestione del business non restino una mera enunciazione di buoni propositi sulla carta, ma si traducano in pragmatici driver valoriali in grado di guidare con coerenza la quotidiana prassi d’impresa.

Come si effettua, quindi, il controllo di Compliance? Tale presidio deve monitorare trasversalmente e nel continuo l’aderenza dei processi aziendali a tutte le norme che disciplinano il settore economico in cui opera l’impresa, vigilando in modo proattivo e preventivo, al fine di impedire il verificarsi di gap normativi. Il controllo di Compliance non si riduce però alle sole attività di “profilassi”, ma, ogniqualvolta essa ravvisi un qualche disallineamento normativo nell’azienda, tale funzione è tenuta ad attivarsi immediatamente proponendo, dopo ponderata “anamnesi”, la “terapia”che reputi maggiormente idonea a colmare la lacuna e ad arginare gli eventuali effetti negativi che da questa possono discendere.

Quali sono le fonti normative che la Compliance deve assumere a parametro di riferimento nel valutare la conformità dell’impresa? E’ interessante notare come ISVAP non si limiti a citare soltanto le canoniche norme di origine eteroregolamentare (quindi, leggi internazionali, europee, nazionali, territoriali nonché provvedimenti e regolamenti delle varie Autorità di settore), ma richieda che il giudizio di Compliance prenda in debita considerazione anche possibili disallineamenti rispetto a quanto contemplato nelle fonti normative autoregolamentari ovvero nello statuto, nel codice etico o di condotta e negli accordi categoriali stipulati con utenti e consumatori.

Una simile previsione ci conferma come la Compliance non debba essere interpretata e vissuta riduttivamente alla stregua di un’istanza aziendale deputata a garantire l’aderenza dell’impresa alla lex strictu sensu intesa, bensì, assai più estensivamente, possa essere riguardata come un presidio interno all’azienda cui il Regolatore demanda il nobile compito di assicurare il rispetto dello ius latamente inteso, quindi comprensivo anche degli standard etici di correttezza, professionalità, rettitudine ed integrità enunciati nel codice di condotta e nella vision d’impresa.

Una siffatta chiarificazione in ordine all’effettiva mission di Compliance appare imprescindibile per consentirne un adeguato e fruttifero recepimento nelle complesse e stratificate dinamiche aziendali: soltanto una volta che  tutti i livelli e le unità dell’azienda abbiano compreso la ratio profonda sottesa all’introduzione di tale presidio – quale istanza di promozione e tutela della fairness dell’operatore economico, dedicata specificamente alla salvaguardia dei diritti del consumatore – , questo cesserà di essere riguardato come un costo e potrà venire considerato per ciò che realmente è: un investimento ed un’opportunità di razionalizzazione ed evoluzione etica del fare business.

Opportunità davvero preziosa, qualora si rammenti  che la maggior parte delle deplorevoli vicende che hanno sconvolto il mondo degli affari hanno avuto origine da un mancato, o da un non corretto o, ancora, da un non completo allineamento a previsioni normative.

Per chi desidera approfondire il tema consigliamo il libro Teoria e prassi della compliance nelle assicurazioni

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