Fallimento Lehman Brothers: le ultime novità

Come forse molti ricordano il fallimento di Lehman Brothers del 2008 è stato uno dei più grandi fallimenti della storia.

Lehman Brothers, fondata nel 1850, era una società attiva nei servizi finanziari a livello globale, fortemente esposta tramite la sua banca, BNC Mortgage, nel settore dei mutui subprime e che deteneva in portafoglio molti titoli a basso rating relativi alla cartolarizzazione di tali mutui.

Nel 2008 è stata quindi una delle prime vittime della crisi dei mutui subprime.

La Federal Reserve decise all’epoca di non salvare Lehman (a differenza di AIG) e così la società andò in “Chapter 11” (ovvero la procedura concorsuale prevista dal capitolo 11 della legge fallimentare statunitense, la “Bankruptcy Code”) oberata da una mole impressionante di debiti.

Si stima siano ben 40.000 gli azionisti italiani che avevano investito nella società fallita Lehman Brothers, per un controvalore che si aggira attorno al miliardo di euro e tantissimi i titolari di obbligazioni.

A questi risparmiatori direttamente colpiti dal fallimento si aggiungono quelli indirettamente colpiti che si ritrovavano il titolo Lehman Brothers nell’indice di riferimento della propria polizze Index Linked (tipologie di contratti di assicurazione sulla vita, caratterizzate dall’elevato contenuto finanziario delle prestazioni offerte, di norma agganciate a panieri di indici azionari o ad altri valori di riferimento).

A questi ultimi è andata meglio perché molte banche e compagnie assicurative (Unipol, Mediolanum, BCC Vita) hanno garantito ai propri assicurati che avevano sottoscritto le polizze Index Linked il rimborso integrale a scadenza del capitale investito, prescindendo dall’esito che avrà la procedura in atto riguardante Lehman Brothers.

Anche l’ISVAP è successivamente intervenuta con un suo regolamento ad hoc sulle Index Linked (il n. 32/2009) dove in pratica ha stabilito che in questo tipo di polizze l’impresa di assicurazione dovrà assumersi il rischio di insolvenza del soggetto emittente e prevedendo, tra l’altro, che le azioni o le obbligazioni su cui sono costruite le polizze Index Linked siano negoziate esclusivamente su mercati regolamentati attivi e liquidi.

Meno bene sta andando invece per i titolari di obbligazioni.

La banca è in liquidazione, il che significa che il ricavato della cessione degli assets sarà distribuito a tutti i creditori.

I possessori di obbligazioni Lehman Brothers hanno dovuto mettersi in fila per ottenere un rimborso, almeno parziale, del denaro investito attraverso la richiesta di insinuazione al passivo (con essa si matura il diritto a essere iscritti nella lista dei creditori che il commissario o il curatore fallimentare deve tenere presente ai fini del rimborso).

Sono stati presentati diversi piani di rimborso tra cui i principali sono l’hedge fund Paulson e le banche d’affari capeggiate da Goldman Sachs oltre quello presentato da Lehman.

Il piano dovrà essere votato e approvato da tutti i creditori.

Il rischio che si corre oggi è però che si crei una sorta di competizione tra i diversi piani: il 28 giugno è fissata l’udienza al tribunale di New York per approvare il piano presentato da Lehman, ma il giudice potrebbe decidere di ammettere anche i piani alternativi e lasciare che siano i creditori a decidere.

Il problema è che ogni blocco di creditori che sostiene un diverso piano tira l’acqua al proprio mulino. Il piano presentato dall’hedge fund di Paulson ha alzato le previsioni di recupero dei crediti per i bond a scapito di quelle sui derivati.

Goldman Sachs e le banche d’affari hanno invece fatto man bassa negli ultimi due anni di crediti su derivati (comprando anche da imprese italiane) e nel loro piano propongono di alzare i tassi di recupero su questi crediti.

Nessuno di loro, considerando che il totale è 322 miliardi di dollari, sembra avere i numeri per condizionare il voto sul piano. Ma alla luce di tutto i tempi per i rimborsi Lehman sembrano ancora allungarsi.

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