L’approfondimento: il danno non patrimoniale.

Per approfondire il tema in oggetto, senza alcuna pretesa di esaustività, partiamo dall’analisi di una201211151212191[1] recente sentenza della III sezione Corte di Cassazione (n. 22585/2013) in tema di danno non patrimoniale.

La citata sentenza “riesuma” il danno morale affermando che:

  • L’autonomia del danno morale è stata sancita per via normativa, in epoca successiva anche alle note sentenze 11.11.2008 (cd. San Martino), dai D.P.R. n. 37 del 2009 e n. 181 del 2009, risultando per cui manifesta la volontà del legislatore ed imprescindibile in un sistema che, nella gerarchia delle fonti del diritto (in un contesto di civil law), privilegia ancora la disposizione normativa rispetto la produzione giurisprudenziale;
  • Le stesse tabelle in uso presso il tribunale di Milano, elevate ad uso nazionale con sentenza della stessa Corte (rif. 12408/2011), prevedevano una separata liquidazione, indicando nella misura di un terzo la percentuale di danno biologico utilizzabile come parametro per la liquidazione del (diverso) danno morale subiettivo;
  • Partendo dal dettato previsto dall’art. 612 bis del codice penale (“… chiunque, con condotte reiterata, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”) attraverso la tutela dei diritti inviolabili dell’uomo sanciti costituzionalmente, seppur presupponendo una soglia minima di tollerabilità, sancisce la riconoscibilità del danno esistenziale, configurabile come dolore interiore e significativa alterazione della vita quotidiana. Tale
    fattispecie viene definita ed accettata come “indefinita ed atipica” in quanto tale è la dimensione della sofferenza umana.

Sulla base delle considerazioni in esame il Collegio ritiene, in buona sostanza, di dare continuità ai principi quali il danno morale ed esistenziale, purchè adeguatamente provati. Ma qual è la reale portata di tale sentenza? Quali possibili effetti può comportare?

Analisi giuridica: Partiamo, in maniera schematica e sintetica, da alcune nozioni basilari di diritto.

Ai sensi dell’art. 1173 c.civ. le obbligazioni derivano dal contratto, dal fatto illecito o da ogni fatto/atto idoneo a produrle in conformità all’ordinamento giuridico. Nell’ambito di responsabilità extracontrattuale o aquiliana (fatto illecito), l’obbligo di risarcimento in capo al soggetto responsabile di azione (o omissione) lesiva, configura:

  • danno patrimoniale ex art. 2043 c.civ.; intendendosi un evento che colpisce un soggetto e la propria sfera economica, danneggiandone in modo diretto il patrimonio;
  • danno non patrimoniale ex art. 2059 c.civ. che colpisce la persona nella propria individualità (sfera personale).

L’articolo 2059 c.civ. sancisce che il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge (cd tipicità del danno non patrimoniale diversamente dall’aticipità del danno patrimoniale). Per cui, in buona sostanza, il risarcimento è dovuto nelle seguenti ipotesi:

  1. quando il fatto costituisce reato ex art. 185 c.p. “…ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento  il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono      rispondere per il fatto di lui.”;
  2. nei casi espressamente previsti dalla legge;
  3. in caso di lesione  di diritti inviolabili dell’uomo e costituzionalmente garantiti (a titolo      esemplificativo ma non esaustivo: art. 2, 29, 30 Cost.).

Nell’ambito del danno non patrimoniale, la giurisprudenza e la dottrina, si sono “sbizzarriti”, negli anni, a creare una tripartizione del danno che prevedeva la liquidazione del:

  1. danno biologico; intendendosi per tale “la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali      della vita del danneggiato … “ (art. 138 codice delle Assicurazioni, che      recepisce la L.      57/2001; ribadito anche nell’art. 13 Decreto legislativo 23.02.2000 n° 38      che riforma il T.U. INAIL); tale danno può      essere sia fisico che psichico (intendendosi per tale anche la malattia psichica);
  2. danno morale: In questa voce di danno sono racchiusi tutte le ansie, sofferenze psichiche e non, l’angoscia, gli stati di afflizione, i      patemi d’animo conseguenza delle lesioni subite; in buona sostanza il dolore pscichico subita da un soggetto a seguito di fatto illecito ( pretium doloris) in uno stato transeunte (ndr transitorio); alla      base della fattispecie individuata c’è la lesione dei diritti inviolabili      dell’uomo, diversi dal bene salute, caratterizzato da stato di      transitorietà (ed in questo si distingue dal danno biologico psichico);
  3. danno esistenziale: consiste nella lesione di diritti o interessi, costituzionalmente protetti,  inerenti alla persona umana, diversi dalla salute, che sconvolgono in      maniera definitiva il complesso delle attività a-reddituali del soggetto leso;  si concretizza in buona sostanza nel “non  poter più fare”, e di solito è successivo al danno morale e si differenzia      per il fatto che si configura in uno stato definitivo. Si tratta      dell’unica voce di danno non supportata da leggi speciali e di pura      creazione giurisprudenziale. Negli anni ha “mascherato” il risarcimento di molti cd danni bagattellari (minori).

In questo universo di definizioni, a volte stucchevoli, si inseriscono le note sentenze di San Martino (si veda n. 26972/2008 del 11.11.2008) con una decisione lapidaria e, al tempo della pubblicazione, rivoluzionaria:

  • la tripartizione ha solo carattere descrittivo e costituisce inutile duplicazione delle poste di risarcimento. Esistono, in conclusione, solo due categorie di danni, quello patrimoniale, previsto dall’articolo 2043, e quello non patrimoniale, previsto dal 2059 (così come abbiamo descritto poc’anzi nel presente articolo). All’interno di queste due macrocategorie esistono solo singoli diritti lesi (salute, onore, vita, riservatezza, ecc) ma certamente non sono configurabili ulteriori sottocategorie.
  • Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi espressamente previsti dalla legge (è quindi onere del danneggiato dimostrare l’ ancoraggio normativo a supporto delle proprie richieste) o in caso di violazione dei diritti inviolabili dell’uomo costituzionalmente garantiti;
  • Il pregiudizio sofferto deve essere grave e serio, e superare una soglia “minima di tolleranza” (che però non è dato individuare a priori, ndr).
  • il danno non patrimoniale può essere esteso anche alla responsabilità contrattuale con il virtuoso richiamo all’art. 1174 c.civ (“La prestazione che forma oggetto dell’obbligazione deve essere suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere a un interesse, anche non patrimoniale, del creditore”), si pensi, ad esempio, il danno di un paziente a seguito prestazione medica (di grande attualità…!).

Conclusioni: Partiamo dalla considerazione che il danno non patrimoniale attiene ad una componente soggettiva dell’individuo (si veda tra gli altri il bene salute quale bene immateriale per definizione), e quindi, l’argomento si inserisce in un contesto facilmente contestabile e fortemente relativizzato.

Il mondo assicurativo, di fatto, si è trovato a gestire un proliferare di richieste supportate dalla più svariata giurisprudenza, che ha creato (prima), disfatto poi (si vedano, appunto, le sentenze cd. di San Martino) e, da ultimo, riesumato (si veda la sentenza esame del presente articolo), varie partite di danno nel tentativo e sotto l’etichetta del “giusto risarcimento”.

Questi susseguirsi di orientamenti e decisioni giurisprudenziali (contrastanti) contribuiranno, a parer degli Scriventi, a generare confusione tra gli addetti al settore ed un proliferare di cause che, tra l’altro, hanno inciso ed incideranno ulteriormente sui costi dei premi assicurativi innalzando gli oneri di sinistro. Certamente la verità si colloca, come sempre, nel mezzo, per cui se da una parte gli assicurati devono porre un limite alle proprie aspettative, evitando di prefigurarsi chissà quali risarcimenti “milionari” e magari evitando di “speculare” sul sinistro, le Compagnie, dall’altro, arroccate nel tentativo di arginare i costi che Le ha portate, a volte, a tenere comportamenti oltremodo dilatori o ostativi, devono valutare il danno in maniera più ampia. In buona sostanza, occorre (come da tempo ormai denunciato dagli Scriventi !) uno sforzo comune da parte di tutti gli operatori del settore al fine di riportare la discussione sul tavolo della ragionevolezza. Con uno sforzo comune si possono certamente, ottenere grandi risultati….

Meditate gente, meditate!

 

 

 

 

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.