MEDICI ASSOLTI: DIMENTICANO GROSSA GARZA E LAMA DI BISTURI, MA PER I GIUDICI PENALI NON SONO COLPEVOLI

medici-sala-operatoria-id0In un caso un medico è stato assolto per non aver commesso il reato di lesioni personali causate ad una paziente che consistevano nella incapacità di quest’ultima di attendere alle ordinarie occupazioni (c.d. danno alla salute da inabilità temporanea assoluta e/o parziale), dopo aver dimenticato, durante un intervento chirurgico, una garza di grosse dimensioni in prossimità della colonna vertebrale. Il principio applicato è quello che vige in ambito penalistico della colpa “oltre ogni ragionevole dubbio”.

Nell’altro i componenti di un’équipe chirurgica sono stati assolti dall’accusa di lesioni personali colpose dopo aver lasciato una lama di bisturi nell’addome del paziente durante l’intervento chirurgico cui quest’ultimo era stato sottoposto. In tale caso il Tribunale di Matera ha fondato la propria decisione sulla norma introdotta dalla legge di conversione del noto Decreto Balduzzi.

Vediamo nel dettaglio qual è il procedimento logico che ha condotto i giudici alle due sentenze assolutorie.

GARZA DIMENTICATA: in primo grado il medico era stato condannato alla pena di mesi sei con doppi benefici di legge ed al risarcimento dei danni (da liquidarsi in sede civile). La decisione del giudice di prime cure era stata poi riformata dai colleghi del grado successivo che avevano invece ritenuto l’imputato non colpevole perché il fatto (reato) non sussisteva. Nella fattispecie esaminata si addebitava al chirurgo di aver dimenticato, per imprudenza e per negligenza, una garza di grosse dimensioni, in regione para-spinale, nel corso dell’intervento chirurgico.

La Corte d’Appello in un passaggio della propria decisione sottolineava che: “la presenza del corpo estraneo e la sua mancata rimozione fino al (…) sono stati solo un fatto accidentale che non ha causato l’evento, ma che non aveva alcuna influenza sulla persistenza del dolore e sull’affaticamento psico-fisico della parte lesa”.

Sotto il profilo giuridico tale passaggio è di importanza notevole e costituisce il fondamento della successiva decisione della Corte di Cassazione cui la paziente aveva poi fatto ricorso articolando diverse censure ai giudici dell’appello, sia per violazione di norme sostanziali e processuali sia per vizi di motivazione.

I giudici di legittimità con la recente sentenza in esame (Cassazione Penale, Sezione IV, Sentenza dell’11 luglio 2013, n. 29886) hanno, infatti, confermato la decisione emessa all’esito del secondo grado rigettando il ricorso della paziente e, riprendendo il passaggio sopra citato, affermando che “L’asportazione della garza fu quindi eseguita solamente in data … in sede di intervento chirurgico eseguito dal prof. B. … . Fu possibile pertanto accertare che “l’ascesso era formato da un corpo estraneo (una garza) intorno alla quale si era formato tessuto cicatriziale”. Da siffatte emergenze la Corte d’Appello ha tratto il logico e ragionevole convincimento (fondato su condivisibili massime di esperienza) che, nell’arco di tempo compreso tra l’intervento chirurgico eseguito dall’imputato e quello di asportazione del corpo estraneo (garza), la N. non sia stata afflitta da dolori continui e non altrimen

ti risolubili (che, in caso contrario, non l’avrebbero indotta a rifiutare controlli e trattamenti chirurgici indispensabili a rimuovere la formazione presente in prossimità della colonna vertebrale ed evidenziata fin dal … e quindi ad individuarne la verosimile causa) tanto più che la paziente, soggetta ad ernia del disco recidivante, già aveva subito nel 1990 e nel 1986 due interventi nella stessa sede. Quanto infine all’individuazione della causa dell’evento nell’omessa diagnosi, ha sottolineato la motivazione della sentenza impugnata che “nemmeno dopo l’intervento di rimozione della garza da parte del prof. B. … i dolori e le difficoltà della N. erano cessati”, come ammesso dallo stesso sanitario sentito in qualità di teste; dolori invece cessati solamente in esito all’intervento di stabilizzazione della colonna vertebrale, eseguito “in epoca molto successiva anche alla rimozione della garza”.

Da un punto di vista logico gli ermellini hanno, dunque, ineccepibilmente concluso, facendo applicazione dell’ormai noto principio della sussistenza della colpa solo laddove si ritenga che questa superi il giudizio controfattuale e quindi “oltre ogni ragionevole dubbio”, che: “… recepito l’insegnamento dettato dalle Sezioni Unite penali di questa Corte con la sentenza n. 30328 del 2002, Franzese, deve escludersi la sussis

tenza di una relazione eziologica tra l’omissione e l’evento, facendosi applicazione, nel caso di specie, di un criterio di alto od elevato grado di credibilità razionale o di probabilità logica mediato dal richiamo dei principi ricavabili dal sapere scientifico specificamente riferibile al thema decidendum. La riprova si trae dal c.d. giudizio controfattuale di guisa che, qualora, in esito a tempestivo accertamento della natura del corpo estraneo (garza) presente in prossimità della lesione chirurgica risalente all’intervento compiuto dall’imputato, si fosse anche proceduto all’immediata rimozione chirurgica dello stesso, cionondimeno l’evento doloroso e le altre conseguenze pregiudizievoli connesse allo stato ansioso non sarebbero state per ciò solo eliminate e neppure ridotte, trovando esse causa efficiente nella patologia preesistente da cui la N. era affetta anteriormente.

Neppure è possibile far risalire eziologicamente alla condotta commissiva ascritta all’imputato la responsabilità in ordine alla causazione della gastrite atteso il difetto di prova della responsabilità dell’imputato quanto all’omessa diagnosi della presenza del corpo estraneo e quindi alla ritardata rimozione chirurgica dello stesso, in ciò non risiedendo la causa dei dolori e delle sofferenze lamentate dalla N. da fronteggiarsi mediante la somministrazione di farmaci antidolorifici Fans, “notoriamente gastrolesivi”. In ogni caso – ha opportunamente sul punto altresì osservato la Corte d’appello – neppure era certo che il G. fosse stato il solo medico che ebbe a prescrivere detti farmaci, avendo egli comunque sempre associato dette prescrizioni a gastroprotettori”.

LAMA del BISTURI DIMENTICATA IN ADDOME: in questo secondo caso, invece, il Tribunale di Matera, chiamato a decidere sulla fattispecie citata nell’incipit, ha fatto ricorso al principio stabilito nell’art. 3, comma 1, della legge n. 189/2012 (Legge di conversione del Decreto Balduzzi) e, così, ha stabilito, in sintesi, nella sentenza n. 276/2013 (giudice Angelo Onorati) che devono essere assolti dal reato di lesioni personali colpose sul paziente i componenti dell’équipe chirurgica che risultano avere osservato le linee guida relative all’operazione (nella circostanza si tratta delle best practice da adottare in sala operatoria secondo quanto dettato dalla raccomandazione del ministero della Salute risalente al 2008, in epoca tra l’altro successiva all’evento: i sanitari, infatti, hanno contato garze, bisturi e l’altro materiale chirurgico prima e dopo l’intervento per verificare di non aver lasciato niente nell’organismo dell’ammalato), residuando a loro carico un profilo di colpa riguardante la mancata osservanza della regola di perizia che imponeva di controllare anche l’integrità dei bisturi utilizzati per l’intervento chirurgico, ivi comprese le relative lame (che tendono ad usurarsi molto durante gli interventi), colpa che può essere considerata di grado lieve, laddove la dimenticanza all’interno del sito chirurgico avvenne in una zona non molto pericolosa (nella specie tra la cute e il muscolo, all’esterno del peritoneo e, quindi, in una zona superficiale dell’addome), dovendosi inoltre ritenere la novella di cui al cd. “decreto Balduzzi” applicabile al fatto oggetto del processo, sebbene commesso in epoca anteriore alla sua entrata in vigore, in base al principio di favor rei nella successione delle leggi penali nel tempo previsto appunto dall’art. 2 del codice penale. Residua, pertanto, a carico dei camici bianchi un profilo di colpa secondo quanto previsto dall’art. 2043 del codice civile che potrà eventualmente dar luogo a risarcimento del danno nella misura che il giudice civile riterrà opportuna, tenuto conto anche del giudicato penale (fonte della notizia: cassazione.net).

E’ opportuno ricordare che l’art. 3 della Legge 189/2012 stabilisce appunto, al suo primo comma, che “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 del codice civile. Il giudice, anche nella determinazione del risarcimento del danno, tiene debitamente conto della condotta di cui al primo periodo”.

DECISIONI DEL TRIBUNALE: Al di là del contenuto della norma ciò che appare evidente, dall’esame della pronuncia, è che la giurisprudenza tende a fornire un’interpretazione della stessa tenendo conto dei precedenti relativi al tema delle linee guida e quindi a conferire al dettato normativo un significato non innovativo ma coerente con l’evoluzione già in corso e con riguardo, fra l’altro, anche alla distinzione tra colpa lieve e colpa grave. Il Tribunale di Matera sembra aver deciso coerentemente a tale orientamento e quindi parametrando la colpa dei medici al contesto in cui l’intervento si è svolto, giungendo ad escluderla per il mancato raggiungimento della soglia di rilevanza penale.

Avv. Patrizia Comite – Autore del Blog: giuridicamenteparlando.blogspot.it/ e Partner di AssicuriamociBene.it

 

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