Totalizzazione e ricongiunzione: cosa sono? perché si paga?

investimenti-in-scorteUna delle domande più frequenti che si fanno lavoratori e pensionati: cosa sono la ricongiunzione e la totalizzazione? perché si paga?

La prima cosa su cui riflettere è l’obiettivo, comune ad entrambe: totalizzazione e ricongiunzione servono per mettere insieme i contributi versati in diverse casse per ottenere un’unica pensione. Facilitano le cose, insomma: permettono di percepire un solo comodo pagamento.

Ma non solo: in alcuni casi sono un modo per recuperare contributi che altrimenti andrebbero persi, magari perché il periodo di versamento in un ente previdenziale è insufficiente per dare diritto alla pensione.

Che differenza c’è fra le due?

TOTALIZZAZIONE: vengono ‘messi in fila’ diversi periodi contributivi, che finiscono per valere come un unico periodo di contribuzione. Lo scopo è quello di rendere utilizzabili ai fini della pensione dei periodi che da soli potrebbero non essere utilizzabili – in genere perché troppo brevi. Si possono quindi totalizzare periodi non coincidenti temporalmente fra loro. La totalizzazione non comporta il trasferimento materiale dei soldi versati verso un solo ente: ciascun ente mantiene presso di se i contributi versati, ed eroga periodicamente la sua parte di prestazione mediante il proprio metodo di calcolo. La manda all’IPNS, che la mette insieme alle altre e le eroga al pensionato in soluzione unica. La domanda va presentata all’ultimo ente di previdenza a cui si è iscritti, che si occupa di fare le verifiche necessarie e ‘istruire la pratica’.

RICONGIUNZIONE: vengono riuniti tutti i soldi versati, e materialmente portati in un solo Ente di previdenza, tipicamente quello in cui si è iscritti al momento della domanda. Trattandosi di un vero e proprio trasferimento di denaro, il totale dei versamenti effettuati durante la carriera deve arrivare all’Ente di previdenza destinatario già rivalutato, e la pensione viene calcolata e pagata sulla base dei metodi di calcolo adottati da questo Ente. Ma non tutti gli enti di previdenza adottano la stessa rivalutazione (rendimento annuo del capitale versato) per i contributi, e non tutti usano gli stessi metodi per calcolare la pensione.

In sostanza, con la ricongiunzione potrebbero mancare dei soldi al momento del trasferimento, per differenze nei metodi di calcolo fra enti previdenziali. Questi soldi li deve mettere il lavoratore.

La ricongiunzione è onerosa da sempre, fin dalla sua istituzione. L’unica eccezione era l’INPS: ricongiungendo tutto all’INPS, fino al 2010 non si pagava nulla. Dal 2010, con la Legge 122/2012 anche ricongiungere presso l’INPS è diventato oneroso. Ci si trova così nella situazione paradossale di molti lavoratori che hanno dovuto pagare un generoso extra per avere la pensione.

Ma come? il mio scopo è ricevere dei soldi di pensione, e per farlo devo pagare?

Questa è stata la reazione comune di moltissimi lavoratori, che hanno scoperto di dover pagare molti soldi solo a cose fatte. Lo sbigottimento è stato ancora maggiore quando dall’impiegato di turno ci si sentiva rispondere che ‘occorre ricostituire la riserva matematica’. Una cosa incomprensibile, per un cittadino che non si occupa di previdenza ma di lavorare per farsi la pensione.

Conviene quindi spiegare brevemente il concetto di ‘riserva matematica’: l’Ente a cui si approda è obbligato ad assicurarsi di disporre interamente della cifra che servirà ad erogare tutte le rate della pensione, secondo il proprio metodo di calcolo e l’aspettativa di vita. Se si vogliono ottenere pre-pensionamenti o simili, la cifra cresce di conseguenza perché cresce il tempo che l’Ente deve coprire.

Insomma, con la ricongiunzione si potrebbe accedere ad una pensione più alta, più comoda, anticipata. Ma l’operazione di trasferimento di solito è costosa.

Molte trasmissioni televisive hanno trattato questo tema in modo scandalistico e superficiale, alimentando il tema dell’ingiustizia di queste richieste di pagamento.

Quasi nessuno ha però saputo spiegare i problemi sottostanti, prendendo coscienza che a livello sociale una pensione erogata per anni ha dei costi vivi molto alti. Le cifre chieste per ricongiungere, apparentemente così sproporzionate, sono parte di questo costo.

Molti di noi considerano la pensione come il giusto premio per una vita di lavoro. E in un paese florido dal welfare sviluppato – oppure con un approccio clientelare alla politica come era l’Italia fra gli anni ’60 e gli anni ’80 – potrebbe pure essere così.

Ma un sistema simile dura finché ci sono molti lavoratori attivi che possono coprire pochi pensionati. Funzione se l’economia funziona, la gente lavora in modo continuativo, la disoccupazione è bassa, l’aspettativa di vita media non è elevata.

Beh, sappiamo com’è andata in Italia dagli anni ’80 in poi: rallentamento dell’economia, meno lavoratori, più pensionati e che vivono molti anni.

La pensione costa. Si tratta di una forma molto nobile di sviluppo civile, ma anche molto onerosa da mantenere.

Non ci si è accorti di questo costo per decenni, nel dopoguerra. Le pensioni erogate con il vecchio metodo retributivo erano proporzionali all’ultimo reddito e non al capitale effettivamente versato durante la carriera, con la conseguenza che tutti i pensionati hanno percepito per anni denaro che non avevano versato.

Qualcosa doveva cambiare. E il passaggio epocale iniziato negli anni ’90 dal sistema retributivo (pensione in base all’ultimo reddito) al sistema contributivo (pensione in base a quanto è stato versato durante la carriera) ha segnato per sempre la vita previdenziale del paese. Oggi ciascuno di noi sostiene interamente il costo della propria pensione.

Il metodo contributivo ha poco di solidaristico: la collettività non assume più la responsabilità di mantenere i propri pensionati, ma quella di obbligare chi produce reddito a risparmiare qualcosa che servirà a lui per mantenersi, e alla collettività a non mantenerlo.

Potremmo dire che si è passati da un sistema di coesione e solidarietà sociale, orientato al vantaggio per gli individui, ad uno di garanzia per la sicurezza dei conti sociali.

Io non so se sia giusto o sbagliato. Ovviamente mi piacerebbe ricevere una sana, vecchia pensione INPS, non commisurata ai miei contributi ma al mio ultimo stipendio. Ma temo che quella singolarità storica che sono state le pensioni fra gli anni ’60 e gli anni ’80, di cui sopravvivono molti residui in via di estinzione, non si ripeterà più.

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