Prezzo, premio e costo.

conti-correnti-come-risparmiare-sulle-speseRispetto a Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna il prezzo italiano sarebbe più elevato di 213 euro per ogni veicolo: il prezzo medio per cliente sarebbe di 491 euro, rispetto alla media di 278 euro degli altri paesi. Rispetto alla RC Auto Made in Italy, il prezzo medio, negli altri paesi, sarebbe più basso del 45% (citazione).

CONDIZIONALE – Il prezzo è, nel contratto di vendita (art. 1470 c.c.), la prestazione dovuta dalla parte acquirente (che pertanto ne è debitore). Nel contratto assicurativo (art. 1882 c.c.) la prestazione corrispondente è detta premio, e il debitore deve adempiere (mediante pagamento) in anticipo rispetto a ogni possibile prestazione di cui potrebbe essere creditore. “Potrebbe“, si: il condizionale infatti è d’obbligo, vista l’aleatorietà che caratterizza la prestazione di cui l’assicuratore è debitore, tipizzando il contratto, appunto, come aleatorio.

MOTOR INSURANCE“: traduzione dall’inglese all’italiano – In data 14 gennaio 2014 Il Sole 24 Ore ha comunicato la pubblicazione di uno studio di The Boston Consulting Group, che risulta commissionato (il 16 luglio 2013) da ANIA, l’Associazione Nazionale delle Imprese Assicuratrici che sta alle Compagnie come Confindustria sta alle Imprese Industriali. Dello studio è vietata la divulgazione, benché sia liberamente consultabile tra i contenuti del sito di ANIA; in ogni caso Il Sole 24 Ore ha pubblicato una parte dei contenuti, e pertanto citiamo questa pubblicazione. Rispetto a Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna il prezzo italiano sarebbe più elevato di 213 euro per ogni veicolo: il prezzo medio per cliente sarebbe di 491 euro, rispetto alla media di 278 euro degli altri paesi. Rispetto alla RC Auto Made in Italy, il prezzo medio, negli altri paesi, sarebbe più basso del 45%.

confronto rca

Sono cifre che lasciano, francamente, esterrefatti. Stranamente lo studio parla di “prezzo” anziché di “premio”, come se la copertura assicurativa fosse una qualunque commodity negoziabile facilmente e libera da imprevisti; ma non è così, visto che il consumatore italiano, oltre a subire un simile salasso, ha dovuto assistere impotente alla scomparsa del risarcimento (sostituito dal ben meno impegnativo indennizzo), come ultimo atto di un percorso graduale e (sinora) inarrestabile e irreversibile. Questa riduzione dei diritti corrisponde, peraltro, a un costo tale da far impallidire il già scandaloso gap appena riportato.

EURO 17,375.834.800 – 17,38 euro miliardi: secondo IVASS (la nostra Public Authority) è il valore annuo medio dei premi contabilizzati (nello stesso periodo cui è riferito lo studio commissionato da ANIA) dalle compagnie autorizzate ad esercitare in Italia. IVASS informa che, nel 2012, questo colossale “montepremi” è stato raccolto (a) per il suo 87,24% (15,30 euro miliardi) dal canale agenti, (b) per il 7,85% (1,38 miliardi) dal canale diretto delle imprese telefoniche e online, (c) per il 2,87% (0,50 miliardi) dal canale brokers e (d) per l’1,62% (0,29 miliardi) dal canale banche e poste. Il resto, “spiccioli”, dalle agenzie di direzione (distribuzione dipendente, anziché “indipendente” che è da scrivere, appunto, tra virgolette).

ECONOMIA REALE – Ancora in base a dati IVASS, il numero dei sinistri denunciati al 31/12/2007 è diminuito, nei successivi cinque anni, di poco meno del 30%; nello stesso periodo, il rapporto tra gli oneri dei sinistri e i premi è sceso addirittura di ben 13 punti percentuali. Restringendo l’osservazione agli anni recentissimi, alla riduzione degli oneri da sinistri (-9,5% dal 2010 al 2012) e dell’incidenza di tali oneri sui premi (-13% dal 2010 al 2012) corrisponde un aumento dei premi di competenza, dal 2010 al 2012, pari al 6,56%. Nello stesso triennio dal 2010 al 2012 restano invariate le provvigioni d’acquisto e gestione, pari al 10,5% dei premi contabilizzati: si tratta di ben 1,82 euro miliardi (calcolati sui premo medio annuo contabilizzato), che se divisi per le attuali 9.592 agenzie assicurative (gli incontrastati leaders di mercato nella raccolta) porterebbero a un ricavo medio annuo pari a Euro 166.000: niente male, considerato che tale reddito/rendita deriva dalla sola raccolta RC Auto (e quindi non comprende le provvigioni da vendita di garanzie dirette legate ancora all’auto, nonché di altre garanzie – incendio, furto, vita, cauzioni, infortuni e malattie – che solitamente sono remunerate con provvigioni ben più elevate). Si potrebbe pensare che, eliminando il “collo di bottiglia” degli agenti dalla contorta filiera distributiva italiana, quel ricarico aberrante sopportato dal consumatore italiano sparirebbe; tuttavia, per esperienza, crediamo che il sacrificio degli agenti non porterebbe a una così democraticamente equa parificazione tra il consumatore italiano e il consumatore d’oltralpe, visto che le compagnie e il governo (nella persona del premier decaduto) insistono nell’imputare l’incomprensibile ricarico (45%) a non meglio specificate “frodi”, di cui non è dato conoscere l’ammontare né gli autori, che così sembrerebbero distinguere il popolo italiano rispetto agli altri popoli europei. Che l’assicuratore (e di conseguenza la filiera di raccolta/distribuzione) basi le sue fortune sull’inversione del ciclo produttivo è un fatto tecnico, incontrovertibile; ma questo non implica certo un’automatica inversione dei ruoli e delle responsabilità, che a fronte di un gap così eclatante (peraltro rilevato in un ramo per il quale il consumatore è obbligato a contrarre la garanzia) non sembrano così facilmente riconducibili ad abusi da parte del consumatore, cui rimane esclusivamente il diritto di non avere più alcuna fiducia, fermo restando il suo costituzionale dovere inderogabile di solidarietà politica, economica e sociale.

RISCHIO – Il rischio in capo a un soggetto, per chi ne misura professionalmente i profili, riflette la possibilità che tale soggetto interessato – ancorché abbia fornito la prova liberatoria che lo svincolerebbe dal suo debito verso la controparte – resti obbligato per qualche ragione non prevista. Si tratta dei cosiddetti debiti fuori bilancio, ossia di obbligazioni per le quali non è stata predisposta alcuna copertura. Al verificarsi di tale rischio generalmente consegue, per l’attività esposta, il default tecnico (dovuto a costi superiori alle entrate) che, fatti salvi eventuali interventi non prevedibili o crediti che non erano emersi, si trasformerà inevitabilmente in default sostanziale (fallimento). Nella filiera italica, tale rischio sembra gravare, ormai da diversi anni, esclusivamente sul consumatore finale: questa sarebbe la sola vera inversione del ciclo economico produttivo. L’impresa non sopporterebbe più rischi, che invece per il consumatore si trasformerebbero, da eventi possibili e non probabili, a eventi assai probabili: quasi certi, si direbbe.

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