Clausola Claim Made

contrattoCon il presente articolo è intenzione degli Scriventi mettere ordine (o disordine…dipende dai punti di vista!) su una clausola contrattuale alquanto controversa, sia per formulazione che interpretazione.

E’ bene anticipare che tale clausola (letteralmente a “richiesta fatta”), deriva dal mercato assicurativo anglosassone, si è sviluppata negli anni ’90 e trova, oggi, larghissima diffusione nei prodotti di Responsabilità Civile quali, ad esempio, le polizze dei professionisti (ossia a garanzia della responsabilità civile dei professionisti quali, ad esempio, medico/avvocato/commercialista) e/o polizze D&O (Director’s & Officers) ossia della responsabilità degli amministratori di Società pubbliche o private.

Senza pretesa di esaustività, innanzitutto, è bene specificare che tale clausola, prevede che l’assicurazione sia operante per ogni richiesta fatta, per la prima volta, contro taluna delle persone assicurate, durante il periodo di operatività della polizza (ndr periodo per il quale è stato pagato il premio).

La clausola, tecnicamente, può essere definita:

  1. pura: ossia per tutte le richieste pervenute durante il periodo di validità della garanzia, con la conseguenza che saranno assicurati anche fatti già commessi e non ancora prescritti;
  2. spuria: ossia per tutte le richieste pervenute durante il periodo di validità della polizza, ma per fatti/atti che sono accaduti entro un determinato periodo (ndr retroattività). Per cui il contratto è strutturato con un periodo di validità della garanzia, termine entro il quale deve pervenire la richiesta, ed un termine di retroattività, entro il quale deve accadere il fatto/atto illecito, che è fonte di responsabilità dell’assicurato.

La struttura, così come descritta, sovverte la fattispecie disciplinata dall’articolo 1917 c.civ. secondo il quale ”nell’assicurazione della responsabilità civile, l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto, questi, in conseguenza di un fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione, deve pagare ad un terzo, in dipendenza di una responsabilità dedotta nel contratto.”.

La clausola “claim made” ha scatenato la giurisprudenza, soprattutto di merito, la quale ne ha statuito varie volte la nullità sia perché contraria, appunto, all’art. 1917 I comma c.civ. (ad es. trib. Bologna n. 3318/2002); sia per mancanza di causa ex art 1418 c.civ. in difetto di trasferimento del rischio dall’assicurato all’assicuratore (ad es. trib. Roma n. 17197 /2007 – trib. Genova sentenza 08.04.2008).  Il contrasto sorge con la natura stessa del contratto assicurativo di responsabilità civile che, ricordiamo, è di tipo “aleatorio”, ossia ha per oggetto il rischio di verificazione di un evento futuro, incerto ed economicamente dannoso per l’assicurato (nel caso di specie un illecito), e per causa il trasferimento di tale rischio da assicurato ad assicuratore (art. 1882 cciv). Tale clausola, di fatto, estende la garanzia a fatti che sono già avvenuti, determinando come “dies a quo” non la data di verificazione dell’evento ma la data di richiesta danni. Anche su questo punto si è espressa varie volte la giurisprudenza, la quale, “rimbalzando” la clausola dall’ambito dell’art. 1322 cciv (cd contratti atipici), a quelli tipici, ne ammette comunque la liceità in quanto l’articolo 1917 è inderogabile solamente nei commi III e IV così come previsto dall’art. 1932 cciv (trib. Roma n. 13447/2010) e il fatto/atto illecito, anche se già accaduto, non è conosciuto/conoscibile dall’Assicurato, per cui non viene alterata l’alea del contratto (trib. Milano sentenza 3527/2010, con specifico riferimento alla clausola pura).

A questo proposito è bene precisare che i capitolati che si avvalgono della clausola in esame, prevedono, quale fonte di esclusione:

1) le richieste presentate prima della data di decorrenza della polizza ovvero già in corso a tale data (cd rischio noto);

2) oppure traente origine da circostanze che l’Assicurato avrebbe potuto ragionevolmente considerare come possibile fonte di una richiesta di risarcimento oppure, in altra formulazione, traente origine da situazioni e circostanze oggettivamente suscettibili di causare danni.

E’ evidente che tale esclusione si appoggia, in parte, sul disposto previsto dagli artt. 1892 e 1893 c.civ. (dichiarazione inesatte o reticenze in fase precontrattuale), ma le criticità latenti possono essere numerose.

Ipotizziamo un caso pratico: un avvocato (regolarmente assicurato per la propria responsabilità civile professionale) commette un errore in fase di procedimento che compromette l’esito della causa. Deve denunciare subito tale circostanza alla Compagnia? O deve attendere di ricevere l’eventuale richiesta danni dal danneggiato (sperando, magari, di farla franca!!!)? Il rischio è che, non denunciando tale “circostanza”, la Compagnia di assicurazione possa poi eccepire l’esclusione di cui sopra.

Prima di rispondere ai quesiti suesposti occorre enunciare alcune definizioni basilari (come sempre … senza pretesa di esaustività): per  condotta negligente si intende non solo la mancanza di diligenza del professionista, ma anche disattenzione, dimenticanza;  per imperizia, quando l’attività professionale non viene svolta con la perizia dovuta – ed esigibile – da un professionista sufficientemente preparato, avveduto e costantemente aggiornato; per  imprudenza, quando si compiono scelte che vanno al di là dei normali criteri di soluzione del caso.

Partendo dalla considerazione che, in pendenza di contratto, il contraente/assicurato deve improntare la propria condotta secondo i principi di correttezza e buona fede (art. 1175 e 1375 cciv), a parer degli Scriventi, quindi, la circostanza andrà certamente denunciata alla Compagnia di Assicurazione, comunque anche in assenza di richiesta danni, se generata da una condotta negligente e/o imprudente (nel caso di specie è probabile che l’assicurato si sia già accorto dell’errore anche prima di conoscere l’esito della causa). Ipotizzando, tuttavia, anche la denuncia di circostanza, il quadro che potrebbe delinearsi è il seguente:

  • la circostanza denunciata non genera una richiesta danni (no sinistro);
  • la circostanza denunciata genera richiesta danni (sinistro in garanzia sulla medesima polizza se rinnovata);
  • la circostanza denunciata genera richiesta danni (sinistro non in garanzia se l’assicurato ha, nel frattempo, stipulato nuovo contratto). Pur con continuità di garanzia assicurativa, infatti, il sinistro non darebbe luogo ad alcun risarcimento in quanto su una polizza  la richiesta danni è generata dopo la scadenza del contratto, sull’altra la richiesta trae origine da situazione nota antecedente alla stipula.

Note conclusive: non senza sforzo abbiamo provato a ragionare sulla portata della clausola “claim made”, di fatto, tuttavia, rimangono ampi spazi di libera interpretazione e lacune, ed anche se la tecnica assicurativa ha fornito alcune risposte in merito (ad esempio la garanzia postuma oppure la deeming clause) si attende un intervento della Cassazione, possibilmente a sezione unite, al fine di chiarire definitivamente la materia!

Considerazioni conclusive: attendiamo fiduciosi una pronuncia, a sezioni unite, della Corte di Cassazione.

Un commento su “Clausola Claim Made

  1. Egregi Mantovani e Lini, è inevitabilmente (e tecnicamente) errato sostenere che la clausola claims made sovverta l’art. 1917 c.c.; nel calcio, quando l’arbitro ammette l’errore tecnico, si ripete la partita.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.