Il “danno da morte immediata” dopo la pronuncia delle Sezioni Unite

La morte non è nulla per noi, perchè quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più noi (Epicuro).

A ridosso della pausa estiva, dopo un anno e mezzo di attesa, è giunta la risposta del più autorevole organo interpretativo delle leggi sul risarcimento del c.d. “danno da morte immediata”.

Si tratta della sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite n. 15350 del 22 luglio 2015, che ristabilisce l’ordine dopo che una precedente pronuncia aveva portato una “ventata di rivoluzione” sul tema.

Nel gennaio 2014, infatti con una lunga e rivoluzionaria sentenza (Cass. 1361/14, detta “sentenza Scarano”, dal nome del Consigliere Relatore), la stessa Suprema Corte aveva introdotto nel nostro ordinamento le fondamenta per un mutamento radicale dei principi secondo cui classificare e dunque liquidare il danno da morte immediata ai congiunti.

Assicuriamoci Bene ne aveva parlato in più occasioni (“danno da perdita della vita” e “Il convegno di medicina e diritto: la tempesta che incombe sul danno alla persona“), in sostanza si apriva uno spiraglio per riconoscere il danno da morte in questo modo: come perdita totale del bene salute (100% di danno biologico) e anche quando la morte avviene immediatamente.

Ciò in contrasto con la tradizionale impostazione per cui il danno da morte è solo un danno dei congiunti, che soffrono per la perdita del legame parentale, ma non un danno del defunto che non ha fatto a tempo a incamerare il diritto risarcitorio nella sua sfera giuridica soggettiva, che si è estinta contestualmente all’evento lesivo.

Ora la questione si chiude, con una decisione che ripristina le coordinate del sistema risarcitorio come erano prima della discussa “sentenza Scarano”

E’ importante chiarire fin da subito che l’importantissima pronuncia in commento riguarda i soli casi di morte avvenuta nell’immediatezza dell’evento lesivo. Nel caso ci sia stato un periodo più o meno lungo di agonia, si utilizzano altri strumenti di liquidazione del danno patito dal defunto in quel lasso di tempo in cui aveva sofferto.

Quel danno, che possiamo definire per comodità “da morte non immediata”, viene liquidato come “danno morale”, o come “danno biologico terminale”, o come “danno catastrofale”, ma sono più che altro distinzioni terminologiche, essendo sempre gli stessi criteri a governarne la quantificazione, ossia l’equità e la personalizzazione caso per caso.

Il danno da morte “non immediata”, ha una caratteristica fondamentale: entra nel patrimonio del danneggiato e, dopo la morte di questi, passa in quello degli eredi. Così che questi avranno due danni distinti dei quali ottenere il ristoro: il danno da perdita del congiunto (iure proprio) e il danno subito dal congiunto prima di morire (iure hereditatis).
Il lasso di tempo tra l’evento lesivo, ad esempio l’incidente stradale, e la morte, è fondamentale per permettere che in capo alla vittima si costituiscano dei diritti risarcitori.

Ed è proprio questo dato che manca nel caso della morte immediata: dal momento che il danneggiato muore immediatamente, non ci sono conseguenze nella sua sfera giuridica, e così, in sostanza, la vittima non patisce alcun danno.

Per questo si rincorrono nelle sentenze le citazioni da Epicuro, dalla sua celebre “Lettera sulla Felicità a Meneceo”, e anche in quella in commento non manca una citazione del famosissimo paradosso per cui “la morte non è nulla per noi, perchè quando ci siamo noi non c’è la morte, quando c’è la morte non ci siamo più noi”.

Da questo paradosso, dalla sua “frizione” con il sentire comune, muoveva la sentenza Scarano, che riteneva “rimordere alla coscienza socialeche ferire gravemente comportasse, sul piano economico, danni molto più elevati che uccidere, e che un soggetto che perde la vita sul colpo per l’altrui responsabilità, non avesse diritto a nulla.

Dunque la sentenza oggi superata proponeva che per il caso di morte immediata si creasse un’eccezione ai principi della responsabilità civile, per cui i danni si considerassero originati nel momento dell’evento lesivo, e non in conseguenza di esso.

D’altronde esiste per forza un momento intermedio tra l’evento e la morte, ma se questi sono troppo ravvicinati, non si potrà mai darne prova.

Ma se non c’è un’agonia, una lucida consapevolezza, una sofferenza che precede il momento del trapasso, quale potrebbe essere il risarcimento per la perdita immediata del bene vita? Il 100% del bene salute, presto detto. Solo che con questa impostazione i sinistri mortali costerebbero un milione in più ciascuno alle compagnie di assicurazione. E questo ovviamente aveva creato molto allarme.

Tuttavia bisogna dire che l’impostazione della sentenza Scarano aveva incontrato il dissenso di quasi tutta la dottrina, oltre che della precedente giurisprudenza della Suprema Corte.

Insomma non si tratta di un tema su cui si riverberavano soltanto le classiche tensioni filo assicurative o pro danneggiati, ma di qualcosa che aveva toccato le fondamenta stesse del sistema risarcitorio e quindi aveva aperto una ferita che in qualche modo andava ricucita.

Ora gli Ermellini, nella loro più prestigiosa composizione (Sezioni Unite) scelgono una linea poco diplomatica e rigettano il corpo estraneo portato dalla sentenza Scarano con toni quasi sprezzanti.

Innanzitutto, si contesta nettamente che la coscienza sociale debba avere un ruolo di primo piano fra gli strumenti dell’interprete: “se può avere un rilievo sul piano assiologico e delle modifiche normative, più o meno auspicabili, secondo le diverse opzioni culturali, non è criterio che possa legittimamente guidare l’attività dell’interprete del diritto positivo” (SSUU 15350/15, pag. 12).

E viene sottolineato anche che non è affatto detto che la coscienza sociale sia maggiormente compiaciuta dall’impostazione prospettata da quella sentenza, anziché dal sistema attuale, che comunque prevede la risarcibilità del danno ai congiunti e conseguenze penali molto più gravose per chi si macchia di omicidio colposo, rispetto a chi si macchi di lesioni personali colpose, pur gravissime.

Inoltre, il Supremo Collegio ribadisce che se il danno non si ripercuote in alcuna sfera giuridica perchè la morte repentina ha cancellato il patrimonio nel quale esso doveva essere acquisito, esso è irrisarcibile e se si avallasse il criterio di un’eccezione alla regola della “risarcibilità dei soli danni conseguenza”, la sua portata sarebbe tale da “vulnerare la stessa attendibilità del principio” (SSUU 15350/15, pag. 15).

In conclusione, il danno “da morte immediata”, o “tanatologico” per gli addetti ai lavori, torna ad essere una categoria astratta, una teorizzazione priva di ricadute pratiche, un argomento che morirà nelle pagine della dottrina di questi mesi e nelle memorie dei difensori che hanno avuto a che fare con i danni da morte del congiunto in questo lasso di tempo.

La difesa dei principi della responsabilità civile, da parte degli Ermellini è estremamente netta. La coerenza complessiva è fondamentale per qualunque sistema giuridico, non c’è dubbio.

Pazienza se continuerà a esistere il paradosso per cui il danno che causi quando uccidi guidando un pedone, è minore di quello che causi se lo riduci su una sedia a rotelle.

Tale fine “prematura” di ragionamenti giuridici che volevano portare il cambiamento deve essere un monito per tutti coloro che propongono soluzioni “finali” alle questioni controverse in materia di responsabilità civile.

Duole di dover constatare, tuttavia, che non sempre la coerenza del sistema è tenuta in debita considerazione, tanto dalla giurisprudenza, che, ancor peggio, dal legislatore.

La storia recente delle norme in ambito di responsabilità civile da circolazione di veicoli e natanti è costellata da provvedimenti volti a trasformare un sistema coerente e funzionale mediante l’introduzione di meccanismi quasi incompatibili con esso.

L’introduzione del risarcimento diretto (2005-2007), o delle norme sulla necessità del riscontro strumentale (2012), hanno prodotto contenzioso e sforzi di “armonizzazione” enormi, perchè dettati non da esigenze di giustizia, ma da esigenze di bilancio (delle compagnie).

Ma anche le stesse Sezioni Unite, con le famose “Sentenze di San Martino” del 2008, avevano riorganizzato l’inquadramento giuridico del danno alla persona in modo del tutto discutibile, ponendo in dubbio la debenza di una voce di danno, quella del danno morale, che aveva una sua solida posizione nella dottrina, nella giurisprudenza e persino nelle leggi nazionali.

Alla vigilia del varo di nuove norme in materia, con la prossima approvazione del testo definitivo del DDL Concorrenza, si spera non si introducano altri norme “interessate”, in contrasto con le fondamenta del nostro sistema risarcitorio.

 

Avv. Antonio Benevento

www.studiolegalebenevento.it

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