Depositata il 26.9.2016 la prima pronuncia della Corte di Cassazione sull’interpretazione delle norme “anti colpo di frusta”. Torna centrale il medico legale, perde valore la tesi, propugnata da compagnie e parte della medicina legale, per cui “No lastra? No risarcimento”, mentre viene confermato l’orientamento della più accorta giurisprudenza di merito, che già aveva ridimensionato la portata della novella del 2012.

Nella sentenza n. 18773 del 2016 (consultabile sul sito dell’UNARCA a questo link), per la prima volta gli Ermellini chiariscono quale debba essere l’interpretazione dell’art. 32, co. 3ter e 3quater, L. 27/12, che poneva per il risarcimento delle lesioni, la condizione che queste fossero “visivamente, strumentalmente, clinicamente, obiettivamente accertate”. Le norme in questione sono le seguenti:

3-ter. Al comma 2 dell’articolo 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto il legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e’ aggiunto, in fine, il seguente periodo: «In ogni caso, le lesioni di lieve entita’, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, non potranno dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente».

3-quater. Il danno alla persona per lesioni di lieve entita’ di cui all’articolo 139 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e’ risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione.

Quel che non era chiaro era se i requisiti elencati nelle due norme dovessero essere presenti contemporaneamente, e come si dovesse interpretare la compresenza di due norme simili ma non identiche.

Certo è che dal 2012 le compagnie avevano cominciato a denegare i risarcimenti per le lesioni che non fossero “fotografate” in qualche modo in un accertamento strumentale. Il caso tipico è tutt’ora quello della lastra cervicale per i colpi di frusta, che se non mostrano modifica dell’assetto della colonna (“inversione” o “rettilineizzazione” ad esempio), o se mancano, conducono al diniego di risarcimento per postumi permanenti (per un caso limite, il caso della donna incinta che non può fare lastre, leggi qui l’articolo).

Questo nuovo quadro normativo ha portato a una scissione nella medicina legale, perchè da un lato vi è chi ha sempre difeso il ruolo dello specialista nella valutazione delle lesioni, attraverso tutti gli strumenti a sua disposizione (leggi a questo proposito l’articolo sulla posizione presa da FNOMCEO nel 2012), dall’altra vi erano (e vi sono ancora) liquidatori, medici e persino giudici che applicano la norma secondo un’interpretazione restrittiva, forse più aderente all’intenzione del legislatore, ma di sicuro più estranea ai principi da sempre invalsi in tema di risarcimento del danno alla persona, oltre che al principio costituzionale sul diritto alla salute.

In questi quattro anni già si era affermato un indirizzo giurisprudenziale che “depotenziava” la rivoluzione delle norme “anti colpo di frusta”, restituendo dignità allo specialista medico legale cui spetta, e a lui soltanto, una valutazione complessiva che non può essere ridotta a un mero controllo di referti radiologici. Meritano in particolare una menzione le sentenze dei Tribunali di Bologna, G.U. Dr.ssa Neri, n. 192/15, di Padova, in sede di appello, G.U. Dr. Bordon, n. 3371/2014 e di Trento, in sede di appello, G.U. Dr.ssa Alinari, n. 247/15, che avevano già chiarito che:

  • i criteri elencati dai due commi 3ter e 3quater sono da interpretarsi come un unico criterio composito, che il medico adatterà alle circostanze (Trib. Di Bologna, 192/15);
  • non si può pretendere il riscontro strumentale per poter risarcire altrimenti la norma sarebbe anticostituzionale (Trib. di Padova, 3371/2014 e di Trento, 247/15), perchè porrebbe fuori dalla tutela le lesioni non strumentalmente accertabili

Ora la Suprema Corte sembra raccogliere tale indirizzo, enunciando un chiaro principio di diritto:

Il citato comma 3-quater dell’art. 32, così come il precedente comma 3-ter, sono da leggere in correlazione alla necessità (da sempre viva in siffatto specifico ambito risarcitorio), predicata dagli artt. 138 e 139 cod. ass. (che, a tal riguardo, hanno recepito quanto già presente nel “diritto vivente”), che il danno biologico sia “suscettibile di accertamento medico-legale”, esplicando entrambe le norme (senza differenze sostanziali tra loro) i criteri scientifici di accertamento e valutazione del danno biologico tipici della medicina-legale (ossia il visivo-clinico-strumentale, non gerarchicamente ordinati tra loro, né unitariamente intesi, ma da utilizzarsi secondo le leges artis), siccome conducenti ad una “obiettività” dell’accertamento stesso, che riguardi sia le lesioni, che i relativi postumi (se esistenti).

Appare estremamente significativo che i criteri dei due commi della novella del 2012 (lesioni visivamente, strumentalmente, clinicamente, obiettivamente accertate) vengano riassunti nella definizione “suscettibile di accertamento medico legale”, e che essi siano “da utilizzarsi secondo la leges artis”.

Insomma, non si dovrebbe più sentir parlare di equazione “no lastra=no risarcimento”, dovendosi caso mai porre a sostegno di una valutazione di assenza di postumi motivazioni più complete, basate sul complessivo accertamento medico legale.

Tale principio ermeneutico, che vanifica sostanzialmente la portata potenzialmente restrittiva delle norme di cui all’art. 32, L.27/12, dovrebbe rimanere valido anche alla prossima entrata in vigore del rimaneggiamento della norma sul danno biologico di lieve entità, che unificherà i due commi in quest’unica definizione, da inserirsi nell’art. 139 CAP:

“In ogni caso, le lesioni di lieve entità, che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo, ovvero visivo, con riferimento alle lesioni, quali le cicatrici, oggettivamente riscontrabili senza l’ausilio di strumentazioni, non possono dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente.”

Ciò è quel che dovrebbe accadere, anche se non basterà una sola pronuncia degli Ermellini a placare i più convinti sostenitori delle norme “anti colpo di frusta”. Speriamo che a questa pronuncia ne seguano altre dello stesso segno: il risarcimento delle lesioni lievi, non deve essere visto come il terreno delle speculazioni all’italiana, quantunque possano esservi stati e ancora vi siano, fenomeni di questo segno; stante la funzione sociale della normativa sull’assicurazione obbligatoria per i danni da circolazione dei veicoli, un sistema attento alla valorizzazione di tutti i danni, che non neghi sommariamente ristoro a chi rimane leso in un incidente, pur lievemente, è un’alta forma di civiltà giuridica, economica e sociale. E in un mercato come il nostro, in cui la Rc Auto ha fatto segnare attivi record negli ultimi anni alle compagnie assicuratrici, può ben sostenersi che tale livello di civiltà sia alla nostra portata.

 

Avv. Antonio Benevento

www.studiolegalebenevento.it

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